SMALTO

«Devo chiederglielo ancora una volta, per pura formalità: ho il suo consenso definitivo?»

«Certamente.»

«Lo sa che non può più tornare indietro, la sua anima troppo innamorata non lo permette.»

«Me lo ha già detto, sono pronto.»

«Mi metta solo un’ultima firma qui, mi dia un’altra goccia del suo sangue, un pezzo d’unghia ed è fatta. Perfetto. La ringrazio, signore. Il trattamento è previsto per domattina. Non mi dia buca, la prego. Già la mia immagine è parecchio compromessa per colpa di stupide dicerie, non mi faccia scherzi.»

«Ho già pagato in anticipo, sarei un idiota se non mi presentassi. E poi le credo, per la mia donna, questo e altro.»

«Perfetto, a domani allora.»

«A domani!»

Per un amore non corrisposto ho accettato di farmi trasformare in uno smalto. È da pazzi ammettere una cosa del genere, ma l’ho fatto veramente. Già… neanche io all’inizio la credevo possibile.

Mi chiamo Mario e vivo, anzi, vivevo in un monolocale a Pisa, sono cresciuto in una famiglia normale; mamma e papà lavoravano tutto il giorno ed essendo figlio unico godevo di certi privilegi e libertà invidiabili. Dopo aver finito gli studi, lavorai come inserviente in una ditta di pulizie e fu in quel periodo che conobbi Beatrice, la donna dei miei sogni. Lei era forte, temeraria e non aveva paura di nulla, conserva in sé tutta la bellezza femminile e la grazia che Madre Natura le aveva donato. Eppure in tutto quel ben di Dio c’era un grosso difetto, l’unico che ha rappresentato l’ostacolo invalicabile per potermi permettere di rivolgerle direttamente la parola e di farmi avanti come si deve: il suo pregiudizio nei confronti dei diversamente agiati. Per farla breve, sapeva essere una vera snob verso chi non guadagnava quel tanto da apparire una persona “d’alto borgo”, ed essendo io un umile inserviente sotto una cooperativa, non mi avrebbe mai degnato di uno sguardo. Tutte le volte che andavo a spazzolarle l’ufficio e il bagno privato, mi crogiolavo nei suoi spazi come fossi un ossessionato e senza che lei se ne accorgesse, dato che pulivo quando ovviamente gli uffici erano chiusi, entravo sempre più nella sua vita.

Un giorno in particolare ci entrai così tanto in contatto da non scordarmelo mai, ovvero il giorno in cui divenni il suo smalto. Prima che lei se ne andasse a casa, una sera aveva dimenticato le chiavi dell’auto su in ufficio e fu costretta a risalire l’edificio, proprio quando io stavo per iniziare il mio turno di lavoro. Ci incontrammo in ascensore e lei parlava al telefono, non considerandomi come al solito. Sentivo che parlava con sua sorella Giorgia, tanto affezionata a lei da avere più di una foto nella sua scrivania con tanto di post-it di dediche, e sentii che nominarono uno smalto in particolare, all’ultima moda. Era l’occasione perfetta per farle un regalo, ma costava troppo e non potevo permetterlo. Così l’indomani girai in tutti i negozi possibili per acquistarlo, andando a caccia del risparmio a tutti i costi. Infine giunsi nella merceria più lugubre e strana della città, dove ad attendermi ci fu il proprietario, il quale sembrava un santone voodoo dalle vesti imprenditoriali. Fu lui a convincermi a diventare proprio quel tipo di smalto e sarebbe stata l’occasione perfetta per stare per sempre con la donna dei miei sogni.

Fu il negoziante in persona a farmi recapitare nell’ufficio di Beatrice il giorno successivo e lei ne fu molto entusiasta, anche se non conosceva il mio nome e di conseguenza non aveva capito chi fosse stato a mandarle quel tanto desiderato regalo, quindi scriverle quel bigliettino in allegato con il mio nome, cognome e una frase romantica non era servito a niente. Ricordo il dialogo che abbiamo avuto quel giorno. Era così contenta da volerlo provare subito e, facendo attenzione sul via-vai del corridoio e chiudendo la porta, mi aprii e sprigionai il mio forte odore di menta. Mi spalmò sulle sue bellissime unghie e in poco tempo splendetti del mio colore in quelle mani semplicemente perfette. Vidi il suo sorriso compiaciuto e non mi trattenni nel dire: «Sei bellissima.»

Beatrice andò nel panico e si fermò di gelo, poi controllò il telefono ma non era nessuno, sbirciò dalla porta del suo ufficio, ma tra i corridoi non v’era anima viva. Pensò ad alta voce, dicendo: «Che me lo sia immaginato?»

Volevo tanto parlarle, anche se questo l’avrebbe terrorizzata; dopotutto mi ero fatto trasformare apposta. Così le dissi: «Non lo hai immaginato. Sono qui.»

Ancora una volta assunse un’espressione impaurita e chiese tremante: «C-chi c’è? A-Antonio? Se sei ancora tu, guarda che questa volta non ci casco.»

«Non mi permetterei mai di spaventarti come quell’idiota. Non è stato carino da parte sua farti sgobbare di lavoro lo scorso venerdì con tutte quelle pratiche.»

«Si può sapere chi sei? Fatti vedere!» gridò, gironzolando per l’ufficio.

Una sua collega entrò e chiese il perché di quel baccano. Beatrice cercò di spiegarle la situazione, ma decisi di non intervenire. Non avevo motivi di farmi scoprire dagli altri, era lei che mi interessava e dovevamo parlare da soli. Conversarono per un po’ e poi la collega se ne andò, e Beatrice si sedette di nuovo. Fu lì che le dissi: «Ascoltami… non ti preoccupare, ti spiego tutto ma non gridare.»

Lei restò in silenzio per un po’, ma era parecchio stranita e confusa e mi chiese: «Ma sto sognando? Sento una voce nella mia testa? Chi sei? Dove sei? Oppure… cosa sei?»

«Domande legittime, ti spiegherò tutto. Ho solo bisogno che mi ascolti bene. Non voglio spaventarti, devi credermi. Anzi, voglio farti piacere, voglio solo il meglio per te.»

Le raccontai tutto, impacciandomi più di una volta. Con mia grande sorpresa, ascoltò in silenzio e ciò mi turbò non poco, perché non capivo se mi stesse davvero ascoltando oppure stava solo cercando dei modi per farla finita una volta per tutte. Sta di fatto che, quando terminai, la sua reazione fu la seguente: «Beh… stento ancora a credere che tutto questo sia vero, è troppo assurdo. È ovvio che sto sognando. In ogni caso… è davvero così difficile avvicinarsi a me per il mio atteggiamento? Cioè… ti sei costretto a questa vita pur di poter anche solo parlare con me? Non mi sento così crudele… e cerco sempre di migliorarmi ed essere ben disposta verso tutti… non è che forse tu sei stato troppo avventato e spaventato da me per fare questa fine? Cioè… andiamo! Un inserviente sempliciotto che diventa il mio smalto preferito per stare con me. È ridicola come storia, non credi?»

«Beh… forse hai ragione. A questo punto credo che abbiamo sbagliato entrambi: purtroppo tu sminuisci gente come me, e io sopravvaluto gente come te. Ma io ti amo e ti conosco molto bene! Non desidero altro che stare con te… se tu me lo permetti.»

«Ascolta, qui stiamo correndo un po’ troppo. È tutto così esagerato e… assurdo…»

«Allora ti stupirò! Ti dimostrerò che porto fortuna! Ti renderò la donna più felice del mondo! Dovrai solo indossarmi sempre. Mal che vada, mi getti via e mi togli dalle tue unghie.»

«Quindi… sta succedendo per davvero… non sto sognando…»

«Il mio amore per te va al di là di ogni cosa, quindi ti prometto che parlerò solo quando tu vorrai. Dimostrerò che sono utile per te quanto tu sei utile per me, perché sei riuscita a conquistarmi.»

Dopo altre preghiere e promesse, Beatrice accettò e il giorno stesso acquistò il biglietto vincente della lotteria, portandosi a casa una cifra in denaro cospicua. In realtà non so come io ci sia riuscito, e non so se c’entra il venditore/impresario che mi ha trasformato, ma sono stato uno smalto fortunato per davvero; il sogno di ogni donna praticamente.

Nel corso della nostra vita insieme, io e Beatrice abbiamo girato il mondo e abbiamo goduto di tutto ciò che la vita ci poteva offrire. Non eravamo veramente una coppia, ma poco importava perché io ero con lei e non potevo desiderare altro. Lei aveva me, chiacchieravamo del più e del meno. Naturalmente non sono mancate delle litigate o delle volte in cui mi aveva perso per sbaglio, oppure delle volte in cui non mi aveva indossato e altre che proprio si era dimenticata. Vissi con lei per anni e anni e potei vederla nella sua forma migliore come nella sua forma peggiore; non potevo negarlo a nessuno: ero pazzo di lei. Beatrice invece ha manifestato, come accennato prima, atteggiamenti altalenanti nei miei confronti. Non dico che avere come compagno di vita una smalto parlante e fortunato sia una cosa facile, ma certo lei non ci ha davvero messo tutto il suo impegno in questa specie di relazione. Alla fine mi accorsi che si stava solo approfittando di me, in realtà si era sempre approfittata di me, fin dal giorno della vincita alla lotteria. Per quanta fortuna potevo donarle, non ne potevo avere per me e fui molto sfortunato da questo punto di vista.

Almeno fu accorta nel cercare di mantenermi quanto più a lungo possibile, ma giunse l’inevitabile: stavo per finire. Ci trovammo a discutere come mai prima d’allora e non sapevamo cosa fare. Propose delle idee sempre più fuori di testa, quando arrivò la peggiore, quella più disastrosa. Mi disse che avrebbe svuotato la boccetta, mi avrebbe indossato tutto e che si sarebbe tagliata le mani, congelandole e portandole dietro con sé. Di certo se avessi avuto io delle mani e un corpo, avrei quanto meno provato a fermarla. Ma essendo quello che ero, non riuscii a convincerla diversamente e si tagliò entrambe le mani. Le mise in una borsa frigo precedentemente preparata e rimasi lì a congelare insieme a loro. Andò in ospedale e si fece medicare, facendo in modo che io e le mani viaggiassimo con lei. Data la mia fortuna, fu medicata in tempo e con grande stupore dei medici, sarebbe uscita di lì molto presto, anche se amputata per sempre.

Dal canto mio non potevo tollerare una cosa del genere e quell’atto fu la dimostrazione della sua avidità. Oltraggiato oltre ogni limite, cercai di scappare da quella borsa, lontano da lei, dall’ospedale, da tutti. Dovevo essere proprio magico perché parlai alle mani e le convinsi a sgattaiolare via di lì. Ci riuscimmo… anche se ciò portò alla morte di Beatrice, perché nella folla corsa tra i corridoi dell’ospedale nel tentativo di riprenderci, lei inciampò dalla scale, fratturandosi le ossa del collo. Io e le mani scendemmo in ascensore e sentimmo l’inevitabile tonfo solo una volta arrivati giù. Restammo lì pochi secondi in silenzio per il rispetto che provavamo per la donna alla quale eravamo legati. Uscimmo poco dopo, con lo stupore di ogni presente e con grandi speranze per il futuro.

-RICCARDO FICI

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