IL PIATTO

Siamo una famiglia povera, lo siamo sempre stati. Nessuno di noi, neanche in passato è stato così arguto da trovare o creare fortuna. Siamo stati predestinati a sopravvivere con poco, troppo poco. In gioventù soffrì di queste mancanze, provando comprensibile invidia verso chi era più benestante di me. Rosicchiavo con le unghia e con i denti ogni possibile fantasia deliziosa che vedeva noi, insieme, stare bene come tutti gli altri. Non accadde mai, e mai accadrà, neanche per i nostri discenti. Ma una sera in particolare, ci avvicinammo alla ricchezza più di quanto ogni nostro povero antenato si sia mai avvicinato anche solo col pensiero. È una storia triste e patetica la mia, ma è la più preziosa che conservo nei miei ricordi.

Come dissi, era sera. Come sempre, ci trovavamo riuniti al centro dell’unica grande stanza che fungeva da nostra intera dimora. Eravamo quattro in famiglia: mamma, papà, io e mia sorella. Doveva essere la ricorrenza di qualcosa, una festività particolare di cui ho dimenticato l’esistenza; dopotutto perché ricordare una festa che nessuno di noi celebrava? Avevamo proprio perso la capacità di immaginare il possibile e il realizzabile, e ciò che era trasognato e di buono auspicio, non faceva parte del nostro quotidiano pensare. Conducevamo esistenze così grigie che persino un cielo nuvoloso non avrebbe potuto reggere ad un nostro confronto. E dunque tetri, riuniti tutti quanti in cerchio, attorno ad un pezzo di legno di forma circolare, poggiato per terra, ci apprestavamo al nostro solito rituale di cena. Quel legno era la nostra tavola da pranzo, spesso vuota, anche quella sera particolare. Ma io…. avevo un asso nella manica.

«Cosa avete trovato?» chiese papà, sbuffando.

Vedendoci già con le mani vuote, difficilmente c’era da ben sperare. Sapete… noi impegnavamo le nostre giornate a frugare e vivere ai margini della società e quasi mai trovavamo lavoro.

«A me è sembrato di vedere un caramella per strada, caro.» rispose la mamma senza guardarlo in volto. «Ma non ho avuto modo di prenderla.»

«Io ho visto un bambino che mangiava un gelato.» rispose dopo mia sorella, con una voce così sommessa che dava l’impressione di non essere lì, ma da tutt’altra parte. «Gli ho chiesto se me lo faceva assaggiare, ma è scappato via.»

«Cosa potevo aspettarmi…» commentò papà, più triste che mai. Poi, cambiò tono come suo solito e con fare da giullare disse: «Eppure, cari miei, oggi son passato accanto ad un negozio dove c’erano le migliori squisitezze di questo mondo!»

Lui faceva spesso così, a volte neanche finivamo il giro di risposte perché davamo per scontato l’esito del nostro daffare. Partiva col raccontare in modo teatrale e magico dettagli su cibi squisiti, inventati, riuscendo a soddisfare la nostra fantasia e talvolta anche il nostro stomaco. Questa era la cena: con le sue parole era in grado di creare meraviglie da cui noi traevamo nutrimento a sazietà. Ed erano quelli i momenti in cui un faro di luce nei nostri animi nebbiosi trovava spazio. La cosa che ci portiamo avanti da generazioni, oltra alla sfortuna intendo, è a la nostra parlantina: abbiamo un carisma non indifferente, ma solo tra di noi. È strano a dirlo, ma riusciamo ad interagire e discutere eloquentemente solo quando siamo riuniti in famiglia. Buffo, ironico; se solo questo talento fossimo in grado di utilizzarlo anche nella vita comune… con le altre persone nella società, avremmo già trovato qualche lavoro. Ma il destino ci voleva, e ci vuole tuttora, poveri, sempre e comunque.

E terminata la sequela di succulenti discorsi che ci nutrirono quella sera, effettivamente io non avevo ancora dato una risposta a papà. E si sarebbe sorpreso se l’avessi data prima che iniziasse a descrivere quel negozio, ma mi ero fatto rapire come al solito da quelle sue gustosissime parole. Ma era giunto il tempo di agire: «Papà, io non ti ho ancora detto cosa ho trovato.»

«H-hai trovato… qualcosa?» chiese balbettando.

«Veramente?» fece la mamma, sbigottita.

«Non stai scherzando, vero?» chiese anche mia sorella, la più incredula.

«Effettivamente sì, ma non è da mangiare.»

Vidi negli occhi di tutti il classico sconforto di cui ero, e sono tuttora, abituato.

«Di cosa si tratta?» domandò mia madre.

«È un piatto, un bellissimo piatto di porcellana decorato.», lo tolsi dalla saccoccia che tenevo dietro la schiena e lo mostrai alla mia famiglia. Lo posai sul pezzo di legno davanti a noi. Era colorato di una fantasia semplice, ma molto graziosa, dai toni blu e celeste.

«Beh… per essere bello… è bello.» espresse fintamente gentile la mamma.

«Se avessimo qualcosa da mangiare sarebbe più utile, non ti pare?»

«Non dire queste cose a tuo fratello! Vostro padre è giù di morale.»

Difatti era grave, perché se il nostro “cantastorie” era giù di morale, più del solito, poteva scatenarsi una sfuriata isterica e incontrollabile. Tra noi si evitava di creare battibecchi, almeno ci si provava; eravamo già poveri, se fossimo stati anche crudeli, ci saremmo estinti da tempo. Ma la vista di quel bellissimo piatto aveva incupito il volto di mio padre, tanto che avevo già capito che si sarebbe arrabbiato, era solo questione di minuti.

«Abbiamo raggiunto la povertà assoluta, cari miei.» esordì l’uomo di casa, con grande sorpresa da parte nostra. Fissava quel piatto mentre parlava. «Ci siamo saziati di storie, eppure l’unico ritrovamento di oggi è la cosa che dovrebbe contenere il cibo. Che beffarda combinazione di eventi.», portò la mano sotto il mento, senza smettere di guardare quell’oggetto. «È tutto ironico, no? Come possiamo avere una sfortuna così grande? Il destino si prende gioco di noi? È sicuro, ci scommetterei le mei braghe lerce. Allora è la fine, cari miei. Se troviamo per cena solo cose non commestibili, cos’altro ci resta?»

Eravamo scioccati, abbattuti come non mai. Lui era il nostro perno, il pilastro più importante che sorreggeva la nostra delicata famiglia.

«Ma si può sapere che ti è passato per il cervello?» mi aveva urlato mia sorella. «Come ti salta in mente di portare a casa per cena un piatto vuoto? Vuoi farlo apposta!?»

«Ma certo che no! Io… volevo condividere un’idea.»

Non mi avevano lasciato parlare effettivamente, ma a pensarci adesso, chissà perché non dissi chiaramente le mie intenzioni fin da subito. Fortuna che alla fine lo feci: «Guardate questo piatto: è fatto così bene che sembra quasi un peccato mangiarci sopra. Noi non abbiamo mai avuto niente su cui poggiare del cibo, nemmeno quello immaginario. Io vi dico, ed il motivo per cui l’ho portato a casa, che se vi poggiassimo qualcosa da mangiare, anche una cosa piccolissima, renderebbe un grande risultato.»

«Figlio mio, cosa vai dicendo?» mi fece la mamma, esausta. «È un illusione, come se non ne avessimo già abbastanza.»

«E allora? Se ci nutriamo di menzogne, perché è l’unica cosa abbondante che abbiamo, perché non migliorarle?»

«Perché è ancora più triste e patetico.» mi rispose acidissima mia sorella. «E ad ogni modo spetta a papà decidere cosa fare.»

«Caro, cosa ne pensi?»

Lui non ci rispose subito e fummo col fiato sospeso per parecchi ed intensi secondi. Lui non staccava gli occhi da quell’oggetto, fino a quando non virò con lo sguardo verso la mia direzione. Mi scrutò nel profondo e io ricambiai. Speravo con tutto il cuore che assecondasse la mia richiesta.

«Voglio che ci togliamo la vita.»

Fu questa la sua risposta e ci atterrì, ma per nostra fortuna continuò dicendo: «Ma tanto vale provare un’assurdità prima di agire irrimediabilmente, no?»

Nessuno era pronto come lui a perdere ogni cosa, ma se l’uomo a cui ci eravamo affidati anima e corpo aveva ceduto, era logico, come un castello di carte che precipita, carta dopo carta, che dovevamo cadere anche noi.

«C-cosa dobbiamo fare, caro?»

«Hai sentito tuo figlio, no? Troviamo qualcosa da mangiare da mettere sopra questo piatto.»

«Ma cosa, papà?» domandò tristissima la mia sorellina. «Non abbiamo niente.»

Lui mi lanciò di nuovo un’occhiata, questa volta inquisitoria.

«Trovatela, ora.» ordinò.

E così spulciamo l’unica stanza da cima a fondo, cercando in ogni anfratto polveroso, angolo remoto e nascosto qualcosa di commestibile, anche di rancido, poco importava. Mai fummo così uniti nel rovistare, anche papà si unì a noi dopo qualche secondo aver impartito l’ordine. Come era prevedibile, nulla fu ritrovato, a parte la polvere e qualche ragnatela.

«Cercate anche lungo il perimetro esterno della casa.» disse con fermezza, contro ogni mia aspettativa.

Era il segno del fatto che ci tenesse a realizzare quanto esposi in quella fatidica sera, questo mi rese felice. Avendo tutt’intorno un piccolo terreno perennemente fangoso, la nostra umilissima casa era facile da esplorare anche all’esterno, senza nessuno che ci ostacolasse, né vedesse l’irrealtà di quanto stavamo facendo. E fu proprio lì che trovammo, in un angolo del tetto, un piccolo nido d’uccello abbandonato. Mia madre fu la prima a scoprirlo e insieme vedemmo al suo interno sparsa della semola, briciole di pane raffermo e vermetti morti. Ci guardammo con stupore e perplessità; non sapevamo bene come interpretare questo miracolo, né potevamo stabilire quanto fosse effettivamente un evento miracoloso. Per quanto mi riguarda, lo era senza alcun ombra di dubbio, ma la parola spettava a nostro padre. Egli si unì a noi su nel tetto e stette per dieci secondi muto, scrutando e toccando il contenuto di quel vecchio nido. Ma bastò una sua frase a colpirci l’animo di una gioia mai provata prima: «Entriamo e mangiamo.»

Ci precipitammo giù alla velocità della luce, chiudemmo la porta e poggiammo quel magro e ripugnante cibo nel bellissimo piatto di porcellana. Lo accerchiammo con viva speranza e trepidante attesa, e l’effetto da me profetizzato si avverò. Per quanto patetico, la bellezza del piatto fece apparire quel magro disgusto come un qualcosa di prelibato. Non ricordo quanto ne mangiammo, ma ci sembrò la cosa più buona al mondo, perché non accadde solo quello. Il piatto forse era magico: mio padre diventò talmente tanto di buonumore che riuscì a raccontare storie bellissime in cui ci siamo immersi a capofitto. Eravamo borghesi, rispettabili, equilibrati. Passeggiavamo tra le migliori strade della città, con negozi e vetrine scintillanti di roba paradisiaca e molto cara. Ci focalizzammo su botteghe di paste e leccornie, visitammo fabbriche di cioccolato e preparati delle migliori qualità. Cene abbondanti, famiglia allargata in una tavola grande il doppio di una piazza, luminosa come il sole di mezzogiorno, esplosiva di colori vivaci, di cibo cotto al forno, fritto, impanato e bollito. Mangiavamo manicaretti creati con grande minuzia e abilità, pietanze dall’aspetto sopraffino e delicato; credo che nessun sovrano al mondo abbia goduto come noi in quel surreale viaggio culinario. E tra risa, balli e divertimenti, ci crogiolavamo in quel tutto meraviglioso e splendido come un sogno ad occhi aperti. Mio padre non lo avevo mai visto così partecipe e vivo, mia madre non poteva essere più serena e divertita, e la mia fastidiosa sorellina, beh… credo di non averle mai dato più bene di così come in quella notte magica. Uniti più che mai, riempimmo pancia e mente, cuore e sentimenti. Andammo a dormire talmente soddisfatti da far invidia a nostri poverissimi antenati.

L’indomani fui il primo a svegliarmi e notai con orrore che il piatto era spezzato. Fu un durissimo colpo al cuore, non potevo certo accusare nessuno perché nessuno avrebbe osato romperlo. Ma svegliai tutti ugualmente e con gran timore. Increduli, ci riunimmo ancora una volta a cerchio e osservammo quell’oggetto tanto prezioso, perduto per sempre. Scambiammo occhiate di conforto, e dei sorrisi sinceri, carichi di speranza, tinsero i nostri volti. Da quel giorno, fummo più uniti e capaci di sopravvivere, nonostante le avversità che il destino ci mise, e ci mette tuttora, davanti.

-RICCARDO FICI

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